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Ho licenziato Dio

Fabrizio De Andrè
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di Pietro (del 08/04/2009 @ 12:26:04, in Racconti, linkato 3858 volte)

Io lavoro nel lusso.
Cioè, il mio ufficio fa schifo in realtà, ho molti colleghi falsi e voltagabbana, il clima è costantemente cupo e negativo, ma io lavoro per vendere oggetti di lusso.

Noi fabbrichiamo cucchiai bucati d’oro puro. Sono fantastici !

Oddio, un cucchiaio di acciaio senza buchi funziona un po’ meglio, perché non si piega come l’oro e non scola fuori il brodo, ma fa nulla.
La gente ama i cucchiai d’oro puro bucato perché fanno status. A loro non importa che non servano a nulla: l’importante è che gli altri ti vedano che ne possiedi uno. Fai un figurone.

Ma ora c’è la crisi, e questo lusso in cui lavoro si sta sbriciolando.

Sono molto preoccupato, perché rischio di perdere il lavoro: si vendono sempre meno cucchiai bucati d’oro puro.

Tutti quelli che prima compravano cucchiai bucati d’oro puro, adesso prima di comprarli ci pensano su. Magari preferiscono tenersi il cucchiaio bucato d’oro puro che già hanno, invece di cambiarlo e comprarsene un altro. Certo, quando la gente li incontra per strada, non faranno più il figurone che avrebbero fatto avendo il cucchiaio ultimo modello, ma pazienza, c’è la crisi…

Però sono contento: assolutamente incosciente ma contento.

In fin dei conti, se la gente smette di comprare cucchiai bucati d’oro puro forse sta diventando migliore. Un po’ per volta, piano piano, si accorgerà, grazie alla crisi, che un cucchiaio di acciaio funziona mille volte meglio e costa infinitamente meno.

 

 
Di Pietro (del 18/11/2008 @ 10:18:52, in Racconti, linkato 1255 volte)
Ancora non posso crederci, ma proprio oggi è accaduto.
E ora la mia esistenza non è più la stessa.
Ma andiamo per ordine, non devo farmi prendere dall’emozione. Devo cercare, pur nella straordinarietà attuale, di essere razionale, per raccontare cosa è accaduto.
Una vita banale la mia, poche emozioni (ma forse per questo vissute ancor più con forza). Una persona comune, normali relazioni interpersonali, poche ma buone.
Ormai, alla soglia dei quarant’anni, avevo cominciato a pensare che non dovesse accadere più.
Da oltre otto anni sono seduto alla mia scrivania in attesa.
Le giornate passano a fatica, lentamente. Non è più come i primi tempi, appena assunto. Allora ogni mattina arrivavo in ufficio pieno di trepidazione convinto che ogni giorno fosse Il Giorno In Cui Sarebbe Accaduto. Avevo una meta, una speranza.
Mille e mille volte mi ero raffigurato nel pensiero cosa avrei fatto quando fosse accaduto: sarei stato in grado di agire in quel momento ? Avrei trovato le parole giuste ? Avrei fatto le poche indispensabili azioni necessarie ? E nella giusta sequenza ?
Non potevo fallire e quindi pensavo e ripensavo senza sosta.
E guardavo gli altri intorno a me: anch’essi in attesa che accadesse, ma i più anziani con un velo di disillusione sul viso. Quante volte avrei voluto chieder loro se sapevano qualcosa di più ! Ma non ne ho mai avuto il coraggio.
Poi, col passare delle stagioni, sempre uguali a se stesse, l’ansia e la trepidazione si sono stemperate come i colori d’autunno. Ormai era solo un esercizio di logica senza senso. Sempre di più sapevo che non sarebbe accaduto. E i pixel dell’inutile schermo di fronte a me non erano più muti messaggeri di una missione assoluta ancora non rivelata, ma inutili punti luminosi, variopinti e senza senso, privati della progettualità meravigliosa che la rivelazione avrebbe dato loro.
Piano piano si affievolivano in me talenti e capacità, ma non me ne preoccupavo, ormai insensibile e certo che non sarebbe accaduto.
E invece….
Oggi è accaduto.
Ancora non posso crederci, ma proprio oggi è accaduto.
Il telefono (mero ornamento della mia scrivania, muto per otto anni; chissà quale sarebbe stato il suo suono, mi chiedevo talvolta) ha squillato.
Il mondo è esploso con quel trillo sintetico di suoneria.
Il cuore in gola ho alzato la cornetta e l’ho appoggiata all’orecchio, in attesa della Voce che mi avrebbe rivelato lo scopo di tutto.
La voce apparve, ma non soave e profonda come avevo fantasticato in anni e anni.
Una voce banale (dio mi perdoni), quasi fastidiosa.
E appresi lo scopo di tutto.
La Consulente Della Società Esterna Di Consulenza mi chiese, con voce efficiente e operosa, di aggiungere Due O Tre Colonne al Programma. Due o tre piccole colonne che l’umanità distratta avrebbe riempito di numeri senza senso.
Quella era la missione della mia vita, lo scopo della mia esistenza in azienda.
Ora, finalmente, sapevo.
Con la voce rotta dal pianto le dissi che aspettavo quella notizia da sempre. Tutta la mia esistenza era stata consumata nell’attesa di quella Richiesta.
E ora avrei fatto tutto in fretta, al meglio, perché La Consulente Della Società Esterna Di Consulenza mi disse che era una cosa urgente. Importanti eventi dipendevano dalle Due O Tre Colonne. E non si doveva perdere tempo.
Ma diavolo, sì che lo sapevo !
Davvero credeva che io fossi stato seduto a quella scrivania tutti quegli anni senza far nulla , in attesa della missione che ora mi stava affidando e che non avessi intuito l’importanza assoluta del mio compito ?
Due O Tre Colonne, era tutto lì.
Ora sapevo qual’era lo scopo di tutto.
Poco importa che non capisca il significato delle Due O Tre Colonne, poco importa che possa reputarle inutili, ridondanti e pleonastiche.
La Consulente Della Società Esterna Di Consulenza conosce le cose infinitamente meglio di me; non ha il velo della mediocrità che le appanna la vista come accade a me.
Lei vede. Pensa. Decide.
E io creerò queste due o tre nuove colonne nel programma perché so che il disegno superiore è inconoscibile e la mia povera mente non ne vede che un frammento nella vasta immensità dell’armonia perfetta cui appartiene.
Ho farfugliato qualche parola di commiato e rassicurazione sul fatto che tutto sarebbe stato fatto al meglio, e ho riattaccato.
Da oggi la mia vita non sarà più quella di prima.
E dopo aver fatto le Due O Tre Colonne, potrò spegnere la mia esistenza terrena, sapendo che la mia parte del disegno immenso, la mia piccolissima infinitesimale parte, è stata fatta.
 
Di Pietro (del 09/01/2008 @ 15:39:13, in Racconti, linkato 1609 volte)

Tra la veglia e il sonno
Pietromassimo Pasqui (2008)


Ora era in una stanza da cui aveva tolto ogni mobile. Ogni oggetto.
La stanza era completamente vuota e c’era solo lui, l’uomo, seduto sul parquet, completamente nudo, con in mano un barattolo di vetro.
E nel barattolo di vetro, un piccolo scarafaggio. Una sorta di blatta, nera, di un paio di centimetri di lunghezza.
Zampettava contro il vetro. Cercava una via d’uscita attraverso quel misterioso materiale, assente in natura, che, completamente trasparente, sembrava non esserci e invece costituiva una barriera insormontabile.
E l’insetto zampettava senza sosta, come avrebbe fatto qualunque altro insetto come lui.
Ma era la sola cosa, assieme alle sembianze, che faceva di questa bestiola un insetto comune.
Perché comune non lo era davvero.
L’uomo lo sapeva. L’aveva scoperto pian piano. 
Avrebbe potuto essere un insetto comune, come tutti quelli che lo avevano preceduto negli ultimi giorni. Anche quelli, come lui, sembravano insetti comuni. Ma non lo erano e non lo sarebbe stato, quindi, neanche lui.
O almeno, di questo era convinto l’uomo, che ora, con gli occhi rossi per il sonno, stava attendendo che accadesse di nuovo.

La prima volta che era accaduto era sera tardi. L’uomo si era coricato stanco, come ogni sera e stava per addormentarsi.
Si trovava in quella fase indefinita in cui la coscienza si spegne pian piano e la realtà si ritrae per rinnovare il banale miracolo quotidiano del sogno.
Aveva sentito, impercettibile, un formicolio, proprio all’altezza dell'elastico degli slip.
Ma non era un formicolio, a pensarci bene.  Era troppo regolare. Così regolare che sembrava arrivasse dalla parte del sogno e non della realtà. Ma, dalla parte della realtà,  l’uomo allungò la mano per grattarsi. E lo sentì. Duro, piccolo, che zampettava.
Si alzò di colpo e saltò giù dal letto. Accese la luce e vide, sul lenzuolo, il piccolo  scarafaggio nero.
Chissà come, quella bestiola era entrata in casa ed era finita sotto alle lenzuola.
La prese con un fazzoletto di carta e la gettò nel water, tirando la catena. Controllò attentamente il letto, per vedere che non ci fosse nient’altro, e si rimise a dormire.

Si trovava in quella fase indefinita in cui la coscienza si spegne pian piano e la realtà si ritrae per rinnovare il banale miracolo quotidiano del sogno.
Aveva sentito, impercettibile, un formicolio, proprio all’altezza dell'elastico degli slip.
Ma non era un formicolio, a pensarci bene.  Era troppo regolare. Così regolare che sembrava arrivasse dalla parte del sogno e non della realtà. Ma, dalla parte della realtà,  l’uomo allungò la mano per grattarsi. E lo sentì. Duro, piccolo, che zampettava.

Un sentimento  di paura misto a rabbia lo inondò in un istante, mentre spazzava via ogni residuo di sonno per riacquistare completamente i sensi.

Scese dal letto, riaccese la luce e lo scarafaggio era lì, nel letto, esattamente come prima.

Ma doveva essere un altro: i bastardi erano in due evidentemente. Prese altra carta e lo mandò a fare compagnia al suo simile giù per il water.

Stavolta, però, l’ispezione del letto e dell’intera camera fu molto più scrupolosa: nulla tra le coperte, tra le lenzuola, sotto al materasso, sotto al letto; niente di niente. Per maggiore sicurezza disfece il letto e sgrullò lenzuola e coperte fuori dalla terrazza.
Nessun essere vivente più grande di un centimetro era nella stanza, a parte lui.

Quindi non furono più paura o rabbia a pervaderlo quando, tra la veglia e il sonno, riapparve l’ormai familiare formicolio, proprio dove c’è l’elastico dello  slip: ora fu panico.

Urlando accese la luce e ovviamente rivide lo stesso animaletto, nello stesso punto del letto.
Lo prese con la carta come gli altri ma prima di gettarlo nel water lo mise in terra e lo schiacciò furiosamente con una scarpa.
Ciò che gettò nel wc era un pezzo di carta marroncino intriso di umori che erano vita fino a pochi istanti prima.

Passò la notte sveglio, ispezionando tutta la camera. Doveva esserci un nido da qualche parte, anche se non riuscì a trovarlo.

La mattina dopo, insonne, per prima cosa attese che aprisse il negozio sotto casa per comprare una serie di bombolette di insetticida con cui fece diventare la camera da letto una sorta di camera a gas. Li avrebbe sterminati quei piccoli bastardi.

Come era ovvio, e come temeva, invece, la sera dopo riaccadde di nuovo. Ancora una volta, appena stava per addormentarsi, riapparve il formicolio, nello stesso punto. E un altro piccolo scarafaggio nero si affacciò nel suo mondo.

Ormai erano due giorni e una notte che non dormiva.

Liberò  da ogni oggetto la stanzetta che usava come studiolo. Tolse tutto ammucchiando gli oggetti in corridoio.

Si spogliò completamente e si sedette per terra nella stanza vuota, portando con sè un barattolo di vetro. Li avrebbe messi tutti li dentro se fossero riapparsi.
Aveva bisogno di vederli, di essere sicuro che fossero veri.

A fatica iniziò a discendere verso il sonno e immancabile riapparve il prurito: spalancò gli occhi e lì, accanto a lui, c’era il suo piccolo incubo nero e zampettante. Lo prese con le mani tremanti e lo mise nel barattolo, di cui chiuse accuratamente il coperchio a vite.

Passarono alcune ore prima che si riavvicinasse al sonno, nonostante la stanchezza.
E quando il nuovo scarafaggio apparve strappandolo al sonno,  fu chiaro che stava impazzendo: il barattolo, perfettamente chiuso, era vuoto.

E la bestiola gli zampettava accanto.

 

 
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