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Un gatto non lo compri. Anche se vai al negozio, tuttalpiù paghi un riscatto a quello che ce l`aveva prima di te.

Ascanio Celestini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Pietro (del 09/11/2010 @ 18:38:24, in Tech World, linkato 1254 volte)

Ho scoperto da poco un servizio utilissimo e gratuito che ci aiuta ad evitare un bel po' di spam nella nostra casella email.

Vi è mai capitato di dovervi iscrivere a un forum della cui onestà, in termini di riservatezza, non siete sicuri ?
Di dover effettuare un download il cui link vi viene inviato solo per email ?
O in una qualsiasi altra occasione in cui vi si richiede l'indirizzo email, all'evidente scopo di bombardarvi di spam ?

Bene, c'è una soluzione geniale che si chiama www.mailinator.com

Il sito in questione fornisce gratuitamente un indirizzo email a vostra scelta, senza alcuna necessità di iscrizione. Potete addirittura inventarvi l'indirizzo email senza accedere preventivamente a mailinator.com.

Ad esempio vi registrate, sul forum cui volete accedere, con la mail geruwlsdjrhf@mailinator.com
O con abcde@mailinator.com o anche pippopluto@mailinator.com
Insomma, la mail la inventate lì per lì.

Poi accedete a www.mailinator.com e leggete il contenuto della mail semplicemente inserendo l'indirizzo ( geruwlsdjrhf, abcde o pippopluto).

Tutto qui !

Le email durano circa una giornata poi vengono automaticamente cancellate.
Inoltre non c'è alcuna sicurezza (chiunque può leggere la mail, basta che sappia o immagini l'indirizzo che avete usato: nessuna password, ricordate ?).
Ma per usi al volo su siti in cui accederete una volta e mai più, è perfetto.


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Di Pietro (del 13/11/2010 @ 18:11:33, in Pensieri sciolti, linkato 1312 volte)
Mi è capitato di entrare in una farmacia del centro di Roma e vedere in bella mostra questa "Pesa persone elettro ottica di massima precisione" d'epoca della Vandoni:

Bilancia Vandoni d'epoca

Mi sono reso conto di averla vista, l'ultima volta, circa 30 anni fa in un'altra farmacia di Ponte Milvio dove abitavo all'epoca.
La fessura per le monete dice ancora 100 Lire, come allora, e il display mobile luminoso (tecnologia d'avanguardia per l'epoca) fà bella mostra di sè in cima alla bilancia, giustificando la definizione di "elettro ottica".

Avevo completamente rimosso il bizzarro design, con quei due oblò di plexiglass (ma si illuminavano quando mettevi la monetina ? Boh...).

E ho capito che una cospicua parte dei neuroni del mio cervello è stata impegnata, per oltre trent'anni, a ricordare questa bilancia. Inquietante...

Ringrazio di cuore il farmacista che mi ha permesso, abbastanza divertito dalla mia emozione in tal frangente, di fotografare un pezzo del mio passato.

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Di Pietro (del 21/11/2010 @ 17:02:10, in Fotografia, linkato 5455 volte)

Stazione abbandonata di Porto - Fiumicino RM
Stazione abbandonata di Porto - Fiumicino RM


Non potendone più di sale d'aspetto coi tavoli sfondati, di porte murate o grigliate di ferro, ho deciso di autonominarmi Signore di Demanio, principe delle sale d'aspetto abbandonate, alla ricerca di una qualche cazzo di deontologia per tenere insieme qualcosa che mi dispiace di buttare via.
Capisco che bisogna pagare un prezzo, che non si può tener tutta quella gente attorno, al mondo.
Si, ma voglio dire: se hai una carie ai denti, si può curare, non occorre mica mettere sempre una palla di cemento in bocca.
E' che c'è qualcosa nelle stazioni che le rende diverse una dall'altra, sono le porte delle città. C'era scritto il nome, c'era la faccia di qualcuno. E dietro alle facce c'è un Paese, che se ti ostini a cercare non è tutto uguale.
Dietro le stazioni ci sono le città, e a me piacciono le città, mi piace la gente che abita le città. Quando entro nelle città io vorrei sapere e capire qualcosa di quelle città, perché non è vero che tutto il mondo è paese; non c'ho mai creduto a sta balla qua.
Marco Paolini, Album - La comune di Gemona

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Di Pietro (del 22/11/2010 @ 16:16:47, in Pensieri sciolti, linkato 1365 volte)

Ti rendi conto che probabilmente le cose nel tuo paese non vanno poi così bene, quando trovi i secchioni della mondezza legati con la catena antifurto...

Tor Bella Monaca
Torbellamonaca 2010


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Di Pietro (del 26/11/2010 @ 12:14:33, in Pensieri sciolti, linkato 1336 volte)
E' incredibile come Antonio Vivaldi abbia precorso i tempi scrivendo nel 1700 la musica d'attesa dei centralini telefonici che non sarebbero stati inventati se non 200 anni dopo...

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Di Pietro (del 23/12/2010 @ 11:02:39, in Comunicazione, linkato 1500 volte)

E' noto che le lingue vive evolgano durante l'uso.
A volte così in fretta da evidenziare cambiamenti tra una riga e l'altra di un biglietto da visita....

Ignettori...
(grazie all'amico Fabio per la perla)


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Di Pietro (del 24/12/2010 @ 08:46:05, in Pensieri sciolti, linkato 1255 volte)
[...] Io se fossi Dio,
non sarei mica stato a risparmiare,
avrei fatto un uomo migliore.
Si vabbè lo ammetto
non mi è venuto tanto bene,
ed è per questo, per predicare il giusto,
che io ogni tanto mando giù qualcuno,
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino!
 
Io se fossi Dio,
non avrei fatto gli errori di mio figlio,
e sull'amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po' meglio.
 
Infatti non è mica normale
che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India,
c'ha tanto amore di riserva
che neanche se lo sogna,
che viene da dire:
"Ma dopo come fa a essere così carogna?" [...]

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio, 1980

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Di Pietro (del 21/01/2011 @ 19:12:35, in Comunicazione, linkato 1912 volte)
A passeggio per via del Corso, a Roma, in una serata di saldi.
A pochi metri uno dall'altro, una chiesa e un negozio d'abbigliamento espongono singolari avvisi.

Pregare al cuore

Pensavo che il verbo pregare fosse transitivo, e invece no: si  "prega a qualcosa".
Che in inglese diventa "Have you been to pray".... ovviamente.

Il tempo è denaro

Lo sappiamo tutti che il tempo è denaro. Per ovvia equivalenza, quindi, anche il denaro è tempo.
Forse per questo lo sconto "fino al 50%" diventa, in inglese, "until the 50%".....


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Di Pietro (del 05/02/2011 @ 16:58:09, in Fotografia, linkato 2511 volte)
Fabbrica abbandonata

Traffico, file, semafori, clacson.

Tutte le mattine la stessa strada per andare in ufficio. Gesti meccanici, movimento automatico verso la routine.
Intorno altre persone ingabbiate come te nelle scatole di ferro che li spostano da casa all'ufficio e viceversa.
L'ufficio è sicurezza, quotidianità, una sorta di piccolo paese in cui, fondamentalmente, vivi la tua vita. E' lì che abiti, non a casa. Ci passi il grosso della tua vita.
Ma ci sono, proprio accanto a te, dei mondi paralleli che non percepisci.
Ci passi accanto tutti i giorni, ma sono distanti anni luce.
Anche se ne sei separato solo da una fragile cancellata.

Contengono un mondo che è stato esattamente uguale al tuo, ma che ora non è più.
Anche lì, una volta, c'era gente che entrava al lavoro tutti i giorni proprio come te.
E che, proprio come te, pensava che quel posto fosse il suo mondo: sempre uguale, noioso, routinario, ma sicuro. E' questo che cerchiamo, in fondo, no ? La sicurezza,

Sicurezza che ci copre di noia ma ci permette di avere un mezzo di sostentamento stabile.
E relazioni umane sicure, forzate e garantite da un contratto di lavoro. Ma che ti regalano una socialità surrogata.

In questi luoghi, l'incantesimo si è spezzato.
La sicurezza si è dissolta a causa di meccanismi inconoscibili: chi li chiama mercato, chi li chiama progresso, chi li chiama globalizzazione.
Fatto sta che un giorno il tuo lavoro cessa di essere redditizio per chi te lo ha offerto sino a quel momento. E tu vai a casa, dove non hai più nulla, perché era tutto li.
Artificiale, forzato ma sicuro.
E ora non c'è più.

Così il tuo mondo , il posto dove andavi al lavoro ogni giorno, piano piano sbiadisce, scolora. Viene prima abbandonato e poi occupato da chi, a differenza di te, un posto di lavoro sicuro non l'ha mai avuto. Dove c'era la sicurezza, ora c'è incertezza. Dove c'erano procedure chiare, contrattualmente codificate, torna la legge naturale. Chi arriva prima prende il poco che c'è da prendere: rame, ferro e qualsiasi altro elemento che si possa rivendere per pochi spiccioli.

Ho voluto saltare la sottile barricata (anzi, non l'ho neanche dovuta saltare, perché era aperta) e andare a vedere uno di questi universi paralleli, a due passi da dove lavoro. L'avevo visto spesso da fuori, e ora sono riuscito a entrarci.
Devo ringraziare un paio di amici che hanno avuto la pazienza e il tempo di accompagnarmi. Perché, in fin dei conti, io appartengo ancora all'altro mondo, quello sicuro dove ognuno ha, come scrisse Roger Waters, “recourse to the law”, quindi ho paura a varcare da solo il cancello.

Mi sono portato la macchina fotografica e ho cercato di strappare a quel mondo qualche immagine.
Non ho voluto (o forse non ne ho avuto il coraggio) fotografare i nuovi abitanti del modo parallelo. Quelli che, sporchi di grasso e fuliggine, stanno smontando tutto ciò che sia rivendibile per sbarcare un lunario difficile e doloroso. Respirando polveri e tossine di chissà quale tipo (qui, quando ancora si era nel vecchio mondo, si fabbricavano farmaci).
Li abbiamo incontrati, ci sono venuti incontro. Un po' curiosi e un po' impauriti. Chi erano questi due personaggi ben vestiti, con macchina fotografica e cavalletto ? Giornalisti ? Si, giornalisti era stata la loro impressione. Ci hanno chiesto se facevamo un servizio su quel posto, se avremmo pubblicato un pezzo del loro mondo. A uno di loro ho detto: ”No, non sto lavorando. Lo faccio per passione. Mi piace fotografare posti abbandonati”. Mi ha guardato con uno stupore indescrivibile e mi ha chiesto “Ti piace questo posto ?!”. Ho realizzato solo in quel momento come i nostri mondi fossero lontani: io trovo affascinante il loro inferno. Ne sono stato un po' divertito ma ho anche provato un pizzico di vergogna.

Ho diviso le immagini in quattro categorie:

  • Esterni
  • Laboratori
  • Officine
  • Uffici


Ogni immagine si chiama con la relativa iniziale (e, l, o, u).
La parte più interessante è quella dei laboratori e degli uffici.

Osservando le macerie hai la sensazione di due piani temporali distanti, che mal si conciliano tra loro.
Quelle che ho definito “officine”, sembrano opere industriali di inizio 900. Non appaiono assolutamente compatibili con la precisione e l'efficienza sterile di un'industria farmaceutica. Sono grezze. Sono officine da grasso sulle mani, tonfi di maglio, sudore e bestemmie.
In un edificio c'è un immenso forno alto tre piani. Tutto in mattoni di cotto. E' un forno da fabbrica e non da farmaceutica.
Tra le macerie in terra ho trovato un portachiavi di alluminio realizzato interamente a mano: una sottile lamella su cui è stata impressa, con spaziatura e allineamento irregolare, la scritta OFFICINA MECCANICA. Non è frutto di consumismo. Non è comprata bella e fatta, ma creata a mano. E' di tanti tanti anni fa; quando le cose si “facevano” e non si “compravano”.

Poi ci sono quelli che ho definito “laboratori”: provette, tubi, sostanze chimiche e strumenti di precisione. Qui siamo negli anni settanta e oltre. Dal caos lasciato da anni di incuria e vandalismo, traspare chiaramente la precisione del chimico in laboratorio.

Negli “uffici”, invece, siamo in un'era che arriva a ridosso dell'avvento del personal computing. Si va dalle schede cartacee ai primi pallidi baluginii dell'informatica: harware IBM massiccio e grigio, lettori di floppy da 5 ¼ (quelli realmente “floppy”), calcolatrici LOGOS e macchine da scrivere elettromeccaniche dell'Olivetti,
Se ti soffermi a leggere velocemente qualcosa di quello che trovi, ricordi (anzi, riscopri) che, non tanto tempo fa, i documenti si trasmettevano da un ufficio all'altro con la lettera di accompagnamento. Di carta.
Ho potuto leggere “Caro Domenico, ti trasmetto in allegato......”, perché era su un foglio di carta. Per chi come me ha vissuto solo l'ufficio con l'email, è pura e sublime archeologia burocratica. E penso che oggi del nostro esistere non resterebbe nulla. Alla morte dei dischi del server su cui ci sono le nostre caselle email, ogni nostra traccia in azienda scomparirebbe per sempre.
Invece un foglio di carta, magari ammuffito, ingiallito e morso dai topi, è infinitamente più tenace nella sfida del tempo.

Come sempre, non so selezionare gli scatti fatti. Li ho messi quasi tutti. Nessuno merita di non esserci (lo so, è un mio limite).
Ho però eliminato, nelle poche foto dove erano leggibili, tutti i riferimenti al nome dell'azienda. Non è in realtà interessante: era solo una delle tante farmaceutiche italiane fagocitate dai grandi gruppi monopolisti internazionali.

Non ho pubblicato le quattro pagine fotografate nella bacheca sindacale dove è dettagliatamente descritto l'accordo per la chiusura dell'impianto e la collocazione in mobilità del personale nel non lontano 2007: una sorta di pudore me l'ha impedito.

Ho creduto fosse invece interessante pubblicare alcune altre cose:

Si, perché una delle cose che non è stata asportata è proprio la carta. E ce n'è una valanga: raccoglitori, schedari, cartelle. Sembra che sia stata lasciata lì a memoria del mondo che c'era. Avendo tempo e pazienza si potrebbe ricostruire, da tutta questa carta, una buona fetta della memoria storica di questo posto.
Per quanto riguarda gli uffici, ho potuto riconoscere solo quello di una funzione aziendale specifica. L'ufficio del direttore del personale. Oggi la sua scrivania giace in una pozzanghera verde, e accanto ha ancora abbastanza ordinata, la vetrinetta contenente i testi sacri. Primo fra tutti, in alto a destra, il corpo del codice del lavoro, dorso giallo.

Di solito si suggerisce il vino adatto ad una pietanza.
Vorrei fare la stessa cosa anche per la visione di queste immagini: trovate e mettetevi in sottofondo “The nobodies” di Marilyn Manson. Non riesco a immaginare nulla di più maledettamente adatto.
E chissà se capiterà anche a voi quello che è successo a me: quando sono tornato in ufficio, dopo questa visita, mi si è materializzata per qualche istante una visione: anche la mia stanza era a soqquadro, coperta di polvere ed escrementi di piccione; il mio mondo si era spento esattamente come quello, e ora si stava aggirando per le stanze deserte un uomo sconosciuto, armato anche lui di macchina fotografica. Osservava e documentava il passato, con un'emozione struggente e un enorme groppo alla gola.

Potete trovare qui l'intera serie di immagini



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Di Pietro (del 17/02/2011 @ 00:04:35, in Fotografia, linkato 2060 volte)

Chi segue questo blog da un po' di tempo, avrà notato il mio crescente interesse per la documentazione fotografica di luoghi in abbandono, che siano archeologia industriale o meno.
Tutti quei luoghi, insomma, dove il tempo si è fermato. Sono posti speciali, che voglio fermare anche in uno scatto fotografico.

Ci entri da solo, testimone di un passato che a nessuno interessa: gli altri vanno in rutilanti centri commerciali, a vedere le mostre di quadri "in", a fare la settimana bianca, a fare l'aperitivo nel bar figo. Senza emozione, perchè è tutto chiaro e codificato. Nei posti abbandonati, invece, i significati li devi interpretare tu, partendo dalle poche tracce confuse che il tempo ha cercato di cancellare.
Se la fuori c'è qualcun'altro (lo so che c'è) che, come me, è affascinato da questi posti sospesi tra il passato e il presente, mi farebbe piacere conoscerlo; appassionati di fotografia, nella zona di Roma, che desiderino come me esplorare fabbriche e stabilimenti abbandonati.

Se qualcuno fosse interessato a condividere queste esperienze, può contattarmi via email (webmaster@aprescindere.com).
Grazie sin d'ora
Pietro


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